La via del dialogo attraverso lo sport Stampa
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Egitto-Egitto-Egitto. Ripetizione voluta e doverosa. Già, perché a vincere per la terza volta consecutiva il Trofeo della Pace sono proprio gli emigrati in Italia da Il Cairo e dintorni. Soddisfazione doppia, dopo che la nazionale dei Faraoni ha visto sfumare l’opportunità di volare in Sud Africa per i Mondiali. A completare il quadro delle africane è infatti stata l’Algeria, vittoriosa nello spareggio appunto contro l’Egitto.

E così al Brianteo di Monza è andata in scena la piccola-grande rivincita degli egiziani, che hanno alzato la coppa dopo aver superato 2-1 la Romania. Altra nazione di fini calciatori che ha ingoiato il fiele dell’eliminazione dal Mondiale nel corso delle qualificazioni. Cornice di rilievo, si diceva. Non tutti i giorni capita di essere ricevuti in una struttura che solitamente ospita le partite di una squadra professionistica. E a Monza non si sono limitati ad aprire lo stadio. Su un terreno adibito a sfide 11 contro 11 gli addetti al campo hanno infatti delimitato il terreno in modo tale che fosse adatto ad ospitare una finale giocata 7 contro 7. Non basta. I migliori giocatori sono stati premiati con le maglie ufficiali del Monza calcio e alle squadre (16) che hanno preso parte al torneo è stato regalato il gagliardetto del club.

Migliori giocatori. Non si pensi al gesto tecnico, però. Al Trofeo della Pace i migliori sono quelli che magari giocano col sorriso, danno una mano all’organizzazione, non si alterano come belve ferite per una decisione sbagliata dell’arbitro. Come i giocatori di Benin e Siria, che hanno dato vita a un parapiglia decisamente poco pacifico. Nessun dramma, a chiunque e a maggior ragione sotto sforzo fisico può capitare che la vista si annebbi. Nemmeno però l’episodio è da nascondere. Meglio mandarlo a memoria facendo in modo che rimanga eccezione.

L’altra faccia della medaglia sono... tutte le altre partite disputate e il contorno alle medesime. Fatto di cori e tamburi mentre si gioca, pizza e dolci per ricare le batterie dopo la doccia. Particolare rilievo ha avuto l’amichevole tra Tibet e Bangladesh. Un modo per tenere alta l’attenzione sulla questione dei diritti umani. Spettatore d’eccezione il Lama Geshe Lodoe, monaco tibetano della comunità buddista di Monza.

“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”, scrisse Ryszard Kapuscinski. Anche quest’anno il Trofeo della Pace ha scelto la via del dialogo. Come quello promosso dagli organizzatori dopo la lite in occasione di Benin-Siria. Perché, si sa, proprio da un attrito può nascere una amicizia. In questo, per dire, i bambini sono maestri... Alessandro Baretti

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